Aprile

9 Aprile … è la mia prima uscita con il gruppo CAI Medioreno, che si occupa della manutenzione dei sentieri della zona. Qualcuno ironizza: “ forse anche l’ultima “. Può darsi! Splendida giornata di sole. Comunque.
manut-9-apAppuntamento ore 9 alla stazione di Marzabotto con guanti e abiti da lavoro. “Gli attrezzi li abbiamo noi..”: motosega, scure, cesoie varie, troncarami e barattoli di vernici bianche e rosse con pennelli riempiono i bauli delle macchine.
Rino con cui mi ero accordata per mail fa le presentazioni. C’è già Giancarlo, poi arriva Piero, Mariapaola con altri amici, uno “nuovo” come me. Insomma si parte alla volta di Vergato, dove si aggiungono Antonella e il suo buonissimo cane. Un bel gruppetto, infine, che chiacchierando e scherzando, si incammina volonteroso verso il luogo da cui si diparte il sentiero, o perlomeno dovrebbe dipartirsi il sentiero segnalato 174, verso Grizzana. Il problema è che proprio non si capisce da dove imboccarlo perché rovi, sterpaglie e vegetazione varia hanno completamente nascosto la traccia originaria. Ognuno a questo punto prova a dir la sua, su dove sarebbe meglio passare, essendo anche un punto a bordo strada piuttosto ripido. Ed è un momento devo dire anche abbastanza divertente e fantozziano. “Cominciamo bene!”: penso.
Ma finalmente con le direttive date da Piero iniziamo ad aprire un varco. Giancarlo, il più abile con la motosega si occupa avanti a tutti dei rami più grossi e dietro, noi a liberare il resto, di quello che poi scopro essere prevalentementemanut-9-apr cespuglio spinoso, molto spinoso, di olivello. Imparo a distinguerlo dal rovo di biancospino, mentre mi fanno osservare che quello che avrei rimosso perché un po’ troppo in mezzo al tracciato è un pero selvatico, che infatti la motosega di Giancarlo aveva risparmiato. Giancarlo è un vero conoscitore di piante e mi servo spesso delle sue osservazioni e consigli. Scopriamo i germogli di luppolo, buoni da mangiare e come distinguerli da altri simili invece velenosi; poi un tipo di rosa spontanea, non quella canina però, di cui non ricordo il nome ( devo farmelo ridire); l’elleboro, velenosissimo, che i contadini sapevano però come impiegare per guarire le mucche da una malattia che le faceva gonfiare fino a scoppiare… e mi è subito venuto in mente di averne letto nel racconto, epico, “il Mulino del Po” di Bacchelli. Di ogni pianta ci si serviva insomma a modo, conoscendola. Ed è proprio uno dei miei interessi più attuali: di una buona parte delle piante selvatiche che conosco, perché con mia madre andavo a raccoglierle da bambina, già mi servo in cucina… ma ce n’è un’infinità di altre che vorrei imparare a riconoscere e utilizzare.
Beh! Mi aspettavo sarebbe stata una faticata, qualche difficoltà a districarmi tra i rovi all’inizio, il sentiero che si apre in seguito libero, per lunghi tratti, e si risolve da sé in un magnifico tappeto erboso, o in un prato di sottobosco fitto di primule e viole…
Impegnata poi coi pennelli, a ripristinare la segnaletica “ per chi sale e per chi scende” dietro le preziose indicazioni di Piero, la mattinata è volata, ammirando dall’alto via via che si saliva la splendida vallata del Reno, i monti intorno, e più da vicino le meraviglie della natura, ora che è tutta un fiorire, nonché le antiche case e i borghi incontrati lungo il cammino , Cà di Pieretto e La Cà.
Conclusione: un’esperienza da ripetere senz’altro; un bel modo di conoscere il territorio; di rendersi utili e anche di scambiare informazioni e pareri avendo in comune l’interesse per la salvaguardia del paesaggio e della natura che ci circonda.

 

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